L'anomalia metafisica del vivere cristiano PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Riformatore   
Mercoledì 05 Novembre 2008 17:15
ALICI E LAMBIASI IN “HO QUALCOSA DA DIRTI” ANALIZZANO LA REALTÀ DELLA CHIESA D’OGGI
 
L’anomalia metafisica del vivere cristiano
 
26/03/2008 Ricerca effettuata dal Riformatore
 
 

 
Da che parte sta la chiesa? Per chi votano i cattolici? Ai politici basta sapere a chi daranno il voto i credenti. Pochi cercano di capire cos’è veramente quella complessa realtà comunitaria che è la chiesa. Cosa tiene insieme persone diversissime, normali cittadini laici, preti, religiosi, associazioni varie? Quali problemi affrontano e con quali strumenti cercano di risolverli? Piuttosto che affidarsi a fantasiose dietrologie, conviene leggere un agile volumetto composto di due lettere, a un laico e a un prete: “Ho qualcosa da dirti” (Ave, 80 pagine, 6,50 euro). Il libro, sincero e mai banale, raccoglie due interventi di Luigi Alici, filosofo, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, e Francesco Lambiasi, vescovo della diocesi di Rimini, a lungo assistente generale dell’Azione cattolica. Emergono “gioie e sofferenze” di una chiesa che appare insieme “magnifica e deludente”. In un mondo ridotto a grande villaggio di persone solitarie e impaurite - rileva Lambiasi - “il bisogno di relazionalità autentica lo si sente anche nella chiesa”. La rinnovata sete di spiritualità non inganni. Oggi trionfa il “fai da te” persino nella ricerca di Dio. Taluni cristiani non credono nel nucleo essenziale dell’annuncio evangelico: la resurrezione di Cristo. Il baricentro dell’azione pastorale, ancora troppo incentrato sui bambini, va spostato verso gli adulti. Il cristianesimo non può essere ridotto a “dottrina”, a qualcosa “che sa di scontato e imparaticcio”. E nemmeno a morale, a precetti che finiscono per apparire immotivati. Valori, norme, regole diventano sabbie mobili per la nostra intelligenza, se dimentichiamo l’essenziale. E “l’essenziale - ricorda Alici - è l’alleanza del Creatore con la creatura”. Contro l’individualismo dominante nelle relazioni quotidiane, Lambiasi rivendica il significato della scommessa “per certi aspetti folle” della comunione ecclesiale. Un “mettere insieme i doni” quale premessa indispensabile per dare credibilità all’annuncio cristiano. Il dramma più grave della nostra epoca è la frattura tra vangelo e cultura. I laici devono vivere in modo unificato una “duplice cittadinanza”, nel mondo e nella chiesa. La “parrocchia autocentrata”, che si illude di essere autosufficiente, è un modello esaurito. È urgente, secondo Lambiasi, proporsi come “comunità missionaria”. Aperta all’incontro con ogni credente, “indipendentemente da qualsiasi altro processo aggregativo”. Il pericolo del soggettivismo si estende alla fede stessa, quando è ridotta a “funzione medicinale nei confronti delle malattie della psiche”. Il vescovo teme il “perfezionismo velleitario e paralizzante”. Come pure “il pessimismo rinunciatario e deresponsabilizzante”. C’è bisogno di testimonianza pubblica. Questo è possibile solo riscoprendo il ruolo insostituibile del laici. La pubblicità dell’esistenza evangelica “non è quella dello spettacolo o dello show televisivo”. Il vangelo è pubblico e pubblicamente va annunciato; ma “il verbo del discepolo è testimoniare, non esibire”. Sono da evitare sia il settarismo, sia il sincretismo. Oggi la tentazione ricorrente è quella del sincretismo. Con il risultato di annacquare il messaggio forte del cristianesimo. Il laico cristiano, conclude Lambiasi, deve fuggire tanto il “clericalismo che lo chiude nella comunità cristiana”, quanto il “laicismo che lo sbilancia nel mondo sradicandolo dalla Chiesa”. Viviamo un paradosso non risolto tra eteronomia e autonomia. Per Luigi Alici l’impegno incondizionato del prete scioglie tale dilemma. Come dice Kierkegaard, solo il cristianesimo annuncia una vicinanza così incredibile di Dio all’uomo da risultarci scandalosa e assurda. Il sacerdote celebra ogni giorno “la più grande anomalia metafisica della storia”.
Come mantenere quest’incontro senza banalizzarlo? Troppe celebrazioni, inutilmente costose e sfarzose, testimoniano solo superficialità, “un’esteriorità rituale”, “un’autocelebrazione vanitosa e immatura”; persino “un indecente mercato del sacro”. Intanto, il senso del peccato svanisce. I confessionali sono sempre più vuoti. Il tempo che il prete trascorre in confessionale diventa residuale rispetto ad altre attività. Occorre invece un segnale forte di disponibilità. E un modello di chiesa senza distanze gerarchiche improprie o, al contrario, ammiccanti livellamenti egualitari. La chiesa non è più “impero del sacro”, rimarca Alici. Tuttavia non va ridotta a “un’agenzia di volontariato, gestita con i metodi della democrazia parlamentare”. La relazione tra preti e laici oscilla da un eccesso di asimmetria a un eccesso di simmetria. Il sacerdote a volte è più un animatore di tanti gruppi e riunioni, che un padre spirituale col quale parlare della propria fede. Alici invoca una forma di “prossimità senza condiscendenza”. Va pure evitato il rischio di trasformare la fede in una semplice “ideologia, con la quale nutrire la nostra voglia salottiera di dibattito, senza mai mettere in discussione noi stessi”. La vita del credente non può essere scissa tra sacro e profano, come fossero “due universi recintati e impermeabili”. Perciò il prete dev’essere esigente. Deve chiedere ai fedeli passione, sacrificio, una conversione radicale dell’intelligenza, del cuore e della vita. Senza però cortocircuiti tra fede e storia (anche politica).
 
http://www.avanti.it/article.php?art_id=18274

 
Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Settembre 2010 15:12
 
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